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JUMPER. Réclame: l’anima delle riviste? Non di quelle digitali…

di Luca Pianigiani - jumper.it

JUMPER. Réclame: l’anima delle riviste? Non di quelle digitali…

Che il mercato delle riviste digitale sia ancora in attesa di un “vero” debutto può risultare chiaro nell’analizzare quanto poco (niente) sia stato ancora discusso l’argomento primario dell’economia di questo settore: la pubblicità. Si parla tanto di nuove testate in uscita, ci si preoccupa delle titubanze di alcuni importanti editori (è notizia recente che Condé Nast non stia correndo per aggiungere testate in versione iPad, segno chiaro di risultati poco entusiasmanti al momento), ma non si affronta quello che è probabilmente uno dei principali problemi: chi produce e produrrà le pubblicità per le riviste digitali?

La domanda potrebbe apparire ovvia, ma invece è complessa: le agenzie pubblicitarie, direte voi… oppure gli studi di comunicazione, come hanno sempre fatto. Certo, peccato che in un mercato in cui le modalità di produzione di riviste sono varie e non compatibili tra di loro, in che “formato” verranno realizzate le pubblicità? Chi lavora con la soluzione Adobe vorrà ricevere un .folio, chi usa Woodwing richiederà materiale da integrare nel suo flusso, chi si sta spingendo verso l’HTML5 avrà esigenze ancora diverse.

La discussione tecnica tra editori e agenzie ancora non ha superato la pur incredibile semplicità e universalità del PDF (quante discussioni ci sono ancora a causa di file a bassa risoluzione, salvati in spazi colore incoerenti per la riproduzione, eccetera), figuriamoci se si potranno scalare le montagne dei formati delle riviste interattive. Per ora, che le riviste sono ancora quasi tutte delle versioni statiche ben poco “ricche”, anche i materiali nati per la stampa – con, al massimo, la seconda versione con l’orientamento orizzontale oltre alla classica verticale – “vanno bene”, ma come si potrà pretendere un’evoluzione senza un progetto comune?

Il “passo in avanti necessario” dovrebbe prevedere degli step importanti, e non banali (e scusate se ci viene un po’ da ridere): per esempio, da parte delle società produttrici di software dedicati alla pubblicazione su iPad, si dovrebbero trovare accordi per poter consentire l’integrazione di contenuti in modo trasversale, oppure sviluppare tools per la conversione (o, meglio ancora, potrebbero “aprire” i loro formati). Inoltre, dovrebbe partire (finalmente) una politica di formazione, di informazione e di supporto per le agenzie, per consentire loro di produrre pubblicità evolute per “riviste evolute” (e, contestualmente, le agenzie dovrebbero impegnarsi in investimenti in questo senso).

A dire il vero, uno standard chiamato Open Format for Interactive Publications è stato proposto da Woodwing; lodevole, peccato che sia un formato per ora supportato solo dalla stessa azienda e, per di più, il gruppo di discussione aperto sull’argomento (è vero, solo da una ventina di giorni) “vanta” ben 7 iscritti, di cui uno è il sottoscritto. Insomma, siamo lontani, ma va affrontato velocemente, altrimenti tanto parlare di riviste digitali sarebbe solo utile per far prendere aria ai denti…

4 comments on ‘JUMPER. Réclame: l’anima delle riviste? Non di quelle digitali…’

Jumper collabora a “ilColophon” | Jumper - Risorse e formazione per fotografi professionisti — 27 aprile 2011 22:04
[...] e partite subito con noi per questo viaggio, i primi articoli che abbiamo pubblicato sono questo e questo, altri seguiranno a breve. A presto, su Jumper e, da oggi, anche su [...]
ilpiac — 27 aprile 2011 09:58
Secondo me è una questione di cultura che si deve formare, pian piano e con il contributo di tutti: chi produce le piattaforme e chi produce contenuti, sia editori sia designer. La stessa Adobe - su twitter - non più tardi di ieri scriveva "learn how to transform print publications for tablet devices". Mmmmm. Diciamo che è un approccio che può andare bene all'inizio, poi - però - lo sviluppo sarà nel senso di creare prodotti nuovi, non convertire prodotti per la stampa già esistenti. In buona sostanza quello che, poi, dicevi tu Luca nell'articolo precedente. Giustamente chi sviluppa una piattaforma e degli strumenti deve vendere il suo prodotto. Però sul lungo periodo secondo me potrebbero uscire fuori e prendere il sopravvento soluzioni ancor più slegate dall'editoria cartacea. Il prodotto Adobe - il mio vuole solo essere uno spunto per discutere, non certo una critica - nasce come "costola" dell'editoria tradizionale: non è forse richiesto InDesign per creare pubblicazioni digitali? Lo stesso dicasi per Woodwing e compagnia bella, inclusa la piattaforma MAG+ ai cui creatori personalmente riconosco una forte spinta innovativa. Non è dunque un po' particolare che per creare pubblicazioni che dovrebbero essere "altro" rispetto al cartaceo si debba oggi partire dai software che si usano per il cartaceo? Capiamoci, ben vengano questi software, altrimenti il settore non sarebbe probabilmente mai nemmeno iniziato. Però ci sono esempi eccellenti di riviste digitali fatte in HTML5, quindi completamente slegate dal cartaceo e - forse - se non questa almeno una simile potrebbe essere la strada futura. Il nuovo ADV seguirà un percorso analogo, secondo me: nella speranza di non portarci in casa l'ennesima guerra di formati (ho i brividi pensando alla guerra tra browser, alla guerra Flash/no Flash, a uno standard come HTMl5 che poi standard non lo è mai del tutto etc etc) le vere nuove potenzialità verranno fuori nel momento in cui si chiariranno un po' gli scenari. Perché acquisire competenze in questo nuovo settore capisco non sia cosa immediata perciò chi dovrà produrre le nuove forme di ADV forse aspetta di capire almeno un po' se sia possibile ottimizzare flussi e costi. Il che è comprensibile, ovviamente. Nel frattempo chi ha già le mani in pasta nel settore deve, secondo me, puntare a tutta forza verso la sperimentazione e l'innovazione perché solo con ottimi esempi/casi di studio sarà possibile far comprende pienamente a tutti le nuove potenzialità. Sperando, ribadisco, che i formati non mettano ulteriormente il bastone tra le ruote... Perché già il settore - dopo i proclami iniziali - sembra cominciare se non a rallentare quanto meno ad accelerare con meno veemenza. Condé Nast certamente ha sott'occhio le cifre di vendita degli ultimi numeri di WIRED, un candidato ideale al digital publishing, che non sembra però avere venduto come sperato. Forse, provochiamo un po', perché troppo poco innovativo? Perché troppo legato al suo parente cartaceo?
Luca Pianigiani — 27 aprile 2011 02:10
Ciao Christian, la necessità di parlare di queste cose è proprio quella di prepararci a superare gli ostacoli oppure per proporci come persone o aziende in grado di dare risposte a delle esigenze che non sono più latenti, semmai rimangono inascoltate. Sono abbastanza convinto che una parte del business nel prossimo futuro degli editori è quello di supportare gli inserzionisti creando contenuti interattivi e innovativi unendo competenza tecnica interna, ottimizzazione con il flusso di lavoro interno, creando collaborazioni tra redazione, uffici marketing e reparti commerciali, ma questo appare difficile da inserire all'interno delle grandi case editrici (per mille motivi). Ma altre realtà potranno dare risposte concrete e globali, cambiando equilibri e sviluppando nuove realtà. Noi siamo qui a tifare (oltre che a fare esattamente questo anche nella nostra realtà editoriale). Grazie del tuo commento, continua a leggerci e a seguirci!
Christian Rodero — 26 aprile 2011 21:41
Ciao Luca, mi trovi pienamente daccordo. Gli editori possono anche "industrializzarsi", gli strumenti ora iniziano ad esserci, ma è il sistema che nel complesso è incompleto. Diciamo "la certezza" che "facendo così posso produrre qualcosa di qualità per il mio cliente". Io stesso, nella produzione di alcune pubblicazioni per iPad, ho dovuto realizzare le pubblicità delle aziende inserzioniste perchè, per diversi motivi, le aziende non sono preparate (ovvero chi cura la comunicazione pubblicitaria di queste aziende non è preparato, o ancora meglio, non riesce ad esserlo per la quasi totale mancanza di stardardizzazione). Non so bene se sono riuscito a spiegarmi, in ogni caso, trovo il riferimento al PDF che hai fatto moooolto esplicativo ;)