In ricordo di Sal Kierkia
di Sara Ricci
Da questa settimana Sara Ricci sarà la nostra inviata nei territori della letteratura potenziale. Come anteprima pubblichiamo questo suo ricordo di Salvatore Chierchia, o Sal Kierkia, scomparso esattamente un anno fa.
Spesso mi capita di sfogliare, ogni volta con la medesima curiosa voracità, le pagine di un libro a me molto caro, La Biblioteca Oplepiana, edito da Zanichelli nel 2005. Ne sfioro i fogli, lisci e leggeri, riconosco le pagine al tatto, solcate da brevi tratti a matita. Annotazioni, sensazioni, pensieri vaganti. Amo questo libro. Non è un semplice oggetto cartaceo. È un ricordo. Anzi, un ‘potenziale’ ricordo. Sulla prima pagina, accanto alla collocazione scritta a matita – che fa presumere un ordinamento rigoroso e logico della mia biblioteca, immediatamente sconfessato dalla mia innata incapacità di mettere ordine – c’è un monogramma: SC.
Chiudo gli occhi e nella mia mente si forma l’immagine della hall di un albergo di Napoli, divani enormi, soffici e comodi, ma di un orrendo color marrone. Su uno di quei divani, sonnecchia un uomo. Lineamenti distesi, occhiali, capelli bianchi, gilet. Poche ore prima, lo avevo ascoltato dissertare di letteratura potenziale in un convegno. Ricordo la chiarezza con cui illustrava ogni cosa, accompagnando l’uditorio in un labirinto di cifre che senza la sua guida sarebbero rimaste incomprensibili. Sorrideva. Una luce di ironia ed intelligenza nei suoi occhi attenti. Quello che mi colpì era la sua aria semplice, pacata. Una mostruosa erudizione mai ostentata, lasciata solo trasparire da battute fulminee, argute, brillanti. SC. L’ultimo giorno del convegno, gli chiesi di aiutarmi con la mia ricerca. Prima di quella conversazione, nella mia mente solo vaghe idee e parecchio confuse sull’argomento. Mi parlò con calma, con una voce profonda, musicale – avrei poi appreso che non gli dispiaceva cantare – e dissipò la nebbia, promettendomi che mi avrebbe aiutata a non impazzire, una volta entrata nei complessi meccanismi della produzione oplepiana. A lui devo la tesi di dottorato che sto iniziando in questi giorni a scrivere, a lui devo la curiosità e l’amore per questo tipo di letteratura.
Conservo ancora il biglietto con il suo indirizzo e il numero di telefono. Niente email, niente pc. Solo una macchina da scrivere in uno studio pieno di libri. Ci sono stata in quello studio. Ci sono stata ma lui non c’era. Era nell’aria, nei libri, nella luce che si posava sulla grande scrivania. C’era sua moglie, Maria Pia, sua figlia Bibi e il suo più caro amico, Fernando. Prima dicevo che questo libro è un ricordo ‘potenziale’. Io non ho conosciuto se non per brevi istanti Salvatore Chierchia. Ho letto i suoi testi, ho tentato di cimentarmi nella soluzione dei suoi giochi. Non ho fatto in tempo ad essere guidata, aiutata e illuminata da lui. Ma, tra le belle cose che mi ha lasciato involontariamente, ci sono le persone splendide che ho conosciuto e questo libro, dalla sua biblioteca personale. Che rappresenta tutto quello che non è stato e che tuttavia potrebbe ancora essere. Tutti lo ricordano come l’enigmista Magopide, o come l’oplepiano Sal Kierkia. Io voglio ricordarlo così, con il rimpianto di non aver avuto un’altra occasione per parlargli, che non sarà mai superato dalla gioia di averlo incontrato anche solo per una volta.

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